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IL SONNO DEI BAMBINI
UNA QUESTIONE RELAZIONALE

Un articolo tratto da La Scuola per i genitori del Nido.

il-sonno-dei-bambini-2Forse non ce ne accorgiamo, ma passiamo circa un terzo della nostra vita a dormire. Da bambini, nei primi mesi di vita, dormiamo fino a diciotto ore al giorno, circa tre quarti di un’intera giornata. Ma a cosa serve dormire? In genere si e portati a pensare che il sonno serva semplicemente a “ricaricare le pile”: dopo lunghe e faticose giornate di lavoro andiamo a letto, ci riposiamo e siamo di nuovo pronti a ripartire il mattino seguente. Se questo e indiscutibile, come dimostrano studi psicologici e neurologici, e anche vero che il sonno non e uno stato passivo in cui ci abbandoniamo tra le braccia di Morfeo fino al risveglio.

Per prima cosa non si tratta di uno stato uniforme di quiete: durante la notte attraversiamo ciclicamente momenti qualitativamente diversi, passando dall’addormentamento al sonno leggero, dal sonno profondo alla cosiddetta fase REM. Quest’ultima, in particolare, coinvolge invece un’intensa attività cerebrale (Dahl, 1998). Durante la fase REM il nostro cervello e impegnato a riattivare i ricordi e le memorie acquisite durante le ore del giorno, a riorganizzarle: l’obiettivo e il consolidamento della memoria, in particolare di quella affettiva. In questo modo il sonno assolve a un’ulteriore funzione adattiva, sostenendo le nostre capacità di apprendimento cognitivo e sociale. E interessante notare che i bambini piccoli passano la maggior parte del proprio sonno in uno stato simile al REM, il sonno attivo. Questo aspetto assume una certa importanza alla luce del ruolo che il sonno ha nel sostenere l’apprendimento: l’infanzia e un periodo in cui si impara molto e a grande velocità e il cervello dei nostri bambini e costantemente coinvolto in un apprendimento continuo di oggetti, spazi, eventi e relazioni. Tuttavia il sonno non ha solo funzioni biologiche, coinvolge anche un’importante dimensione relazionale: e profondamente intessuto all’interno delle prime relazioni con i nostri genitori. Basti pensare che, a differenza di altri mammiferi, il cucciolo dell’uomo alla nascita presenta una forte immaturità cerebrale: nasciamo con il 25% del volume cerebrale adulto (McKenna, McDade, 2005). In pratica terminiamo la nostra gestazione all’esterno dell’utero materno e necessitiamo di un ambiente ricco di cure e di attenzioni per sostenere il nostro sviluppo biologico e socio-relazionale. All’interno di questo ambiente, l’adulto che si prende cura del bambino agisce da regolatore e da facilitatore dei processi evolutivi (Sander, 2007).

Ad esempio, ricerche che si sono occupate di studiare coppie di mamme e bambini che dormono insieme hanno scoperto che i bambini dormono meglio, sincronizzano i propri ritmi con quelli materni, imparano che andare a letto e piacevole e separarsi dalla mamma non sarà vissuto come una minaccia (Gettler, McKenna, 2011). Un secondo esempio riguarda l’allattamento al seno. La composizione del latte materno varia in conformità al ciclo luce-buio e durante le ore notturne comprende una maggiore concentrazione di triptofano, una sorta di sonnifero naturale (Cubero et al., 2005). In questo modo anche l’allattamento al seno durante la notte contribuisce a migliorare il sonno del bambino. Questi aspetti relazionali associati al sonno sembrano pertanto Strategie biologiche adattive che la natura e l’evoluzione della nostra specie hanno selezionato per noi in quanto utili e funzionali.

il-sonno-dei-bambini-1Non e infrequente che il sonno infantile sia anche fonte di preoccupazione per i genitori o gli operatori coinvolti nella cura quotidiana di bambini nei primi anni di vita. Le difficoltà legate al sonno sono tra i motivi più comuni di un consulto pediatrico o d’invio a uno specialista e non e sempre facile comprendere il confine tra normali differenze individuali e veri e propri disturbi del sonno. Per prima cosa, gli esperti non parlano di disturbi del sonno durante il primo anno di vita, in quanto si tratta di un periodo di rapidi mutamenti ed esistono ampie differenze individuali nelle caratteristiche del sonno in età cosi precoce.

Inoltre, e importante considerare i fattori ambientali connessi al sonno infantile: per dormire bene un bambino ha bisogno di una stanza poco illuminata, non rumorosa, nella quale siano preservate le ritmicità e mantenute al minimo le stimolazioni sonore e termiche. Durante il primo anno di vita accade anche che la difficoltà ad addormentarsi coincida con il raggiungimento d importanti tappe evolutive, come la deambulazione non ci deve sorprendere che proprio quando stiamo acquisendo le capacità di esplorare l’ambiente in autonomia sentiamo il bisogno di assicurarci che nei momenti di separazione i genitori saranno ancora al nostro fianco.

E’ facile infine, essere influenzati da false attese rispetto a come un bambino dovrebbe dormire (McKenna, McDade, 2005). Infatti, nonostante siamo biologicamente programmati per condividere il sonno, negli Ultimi decenni, in Occidente, modificazioni culturali e sociali hanno fatto si che si diffondesse la convinzione che un bambino che dorme bene e un bambino che impara presto a dormire da solo. II problema e che queste convinzioni possono portarci a malinterpretare il comportamento durante il sonno del bambino. Un esempio: potremmo essere preoccupati se un bambino si sveglia spesso durante la notte. Tuttavia i risvegli notturni sono una componente fisioloqica del sonno. Anche da adulti ci svegliamo diverse volte, nonostante siano risvegli brevi e non ne conserviamo un ricordo. Quando un bambino si sveglia di notte potrebbe ricercare le stesse condizioni presenti al momento di addormentarsi, ad esempio la vicinanza del genitore: se questa aspettativa non e rispettata, il bambino protesterà e piangendo o urlando cercherà di richiamare a se i genitori. E’ indubbio che il temperamento del bambino potrà influenzare il vigore della protesta, ma in questi casi e evidente che non si tratta di un disturbo del sonno in senso stretto, ma della manifestazione di un bisogno naturale.

Solo dai 12-18 mesi si inizia a parlare di manifestazioni di disagio legate al sonno: i disturbi de l’inizio del sonno e del mantenimento dello stato di sonno (Classificazione Diagnostica 0-3 R, 2008)
Nei primo caso, le difficoltà possono riguardare bambini che necessitano di tempi eccessivamente lunghi per addormentarsi o che protestano per essere portati nei lettone. Ad ogni modo e utile ricordare che bambini non sicuri rispetto alla separazione dal genitore possono richiedere insistentemente la compagnia dell’adulto, al momento dell’addormentamento.

il-sonno-dei-bambini-3Di conseguenza, anche nei corso del secondo o terzo anno di vita, questo tipo di manifestazione potrebbero non essere necessariamente segni di disturbi primari del sonno, ma segnali di difficoltà più squisitamente relazionali e affettive da parte del bambino. II disturbo nei mantenimento dello stato di sonno e caratterizzato da risvegli in cui possono insorgere terrori (i cosiddetti pavor notturni) stati in cui il bambino piange con intensità, urla e sembra inconsolabile. Pur avendo gli occhi aperti, non vede e non risponde ai tentativi dell’adulto di richiamare la sua attenzione. Anzi se si forza il bambino a tornare a letto, molto probabilmente intensificherà le manifestazioni di agitazione. Potrebbe invece bastare accertarsi che non si faccia male e aiutarlo a calmarsi utilizzando un tono di voce calmo. Si noti che nonostante la nostra impressione, non si tratta di incubi: i terrori notturni insorgono in fasi del sonno in cui non si sogna. Generalmente sono fenomeni che, se occasionali, tendono a remissione spontanea.

I genitori e gli educatori della prima infanzia possono avere a che fare con difficoltà legate al sonno infantile e, come detto, non è sempre facile capire come intervenire. Anche gli specialisti sembrano avere opinioni e metodi divergenti: lasciare piangere il bambino perché impari a dormire da solo oppure correre il rischio di “viziarlo”?
Se consideriamo che, in quanto esseri umani, siamo programmati per crescere e svilupparci all’interno dello sguardo e delle cure di un altro, il sonno non e solo un bisogno fisiologico, ma, fin dalla nascita, partecipa al nostro bisogno di relazione. Di conseguenza, conoscere il sonno di un bambino equivale a conoscerlo più a fondo, permettendoci di comprendere meglio la qualità della sua vita emotiva e i meccanismi che adotta per far fronte al disagio. Da questo punto di vista di certo non esistono interventi buoni per tutte le stagioni; prendersi cura del sonno infantile non significa educarlo a “dormire bene”. L’esperienza diretta e preziosa che gli educatori hanno del singolo bambino di cui si prendono cura e di fondamentale importanza al fine di adottare Strategie di cura che partano dal bambino e dai suoi bisogni biologici e affettivi.

Livio Provenzi
Centro 0-3 per il bambino a rischio evolutivo
IRCCS Eugenio Medea, Bosisio Parini (LC)

 

Riferimenti bibliografici
Classificazione Diagnostica: 0-3R, Giovanni Fioriti Editore, Roma 2008.
J. Cubero, V. Valero, J. Sanchez, M. Rivero, H. Parvez, A.B. Rodriguez, C. Barriga, The circadian rhythm of tryptophan in breast milk affects the rhythms of 6-sulfatoxymelatonin and sleep in newborn, in “Neuroendocrinology letters”, 2005, vol. 6, pp. 657-661.
R.E. Dahl, The development and disorders of sleep, in Advances in pediatrics”, 1998, vol. 45, pp. 73-90.
L T. Gettler, J.J. McKenna, Evolutionary perspectives on mother-infant sleep proximity and breastfeeding in a laboratory setting, in “American Journal of Physical Anthropology, 2011, vol. 144, pp. 454-462.
J.J. McKenna, T. McDade, Why babies should never sleep alone: a review of the co-sleeping controversy in relation to SIDS, bedsharing and breast feeding, in “Paediatric Respiratory Reviews”, 2005, vol. 6, pp 134-152.
L. Sander, Sistemi viventi, Raffaello Cortina, Milano 2007

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