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Rovigo nell’Ottocento

ALLE ORIGINI DEL COLLEGIO

L’ottocento è il secolo dei grandi scontri: fra Stato e Chiesa, fra transigenti e intransigenti, fra cattolici liberali e papalini, fra clericali e anticlericali. Di questo clima di battaglia ideologica la storiografia si è occupata ampiamente, indagandone tutti i possibili risvolti. Tuttavia la storia non si costruisce solo attorno alle grandi questioni di principio. Essa passa anche attraverso il «vissuto quotidiano» degli uomini, attraverso fatiche e realizzazioni che per la più gran parte rimangono anonime e sconosciute ma che contribuiscono lo stesso, e probabilmente più delle ideologie, a modificare e migliorare le condizioni di vita della gente. Giovanni Bosco e Leonardo Murialdo, per fare solo due esempi, i primi che mi salgono alla mente, non furono estranei alle questioni del loro tempo, vi parteciparono anzi appassionatamente e, sia detto per inciso, nel caso di don Bosco, non sempre su posizioni particolarmente lungimiranti. Ma se noi oggi li ricordiamo e li veneriamo sugli altari non è tanto per questo, quanto piuttosto per un altro motivo: perché seppero immergersi nell’umanità loro contemporanea, nei bisogni, nelle attese, nelle sofferenze di quella gente senza storia che popolava le periferie urbane dell’Ottocento, così come popola le metropoli e le città di oggi, e realizzarono opere che sono fra le creazioni più grandiose e durature della carità cristiana.

Qualcosa del genere, nel corso dell’800, accadde anche a Rovigo. La Diocesi di Adria, che dopo le revisioni territoriali del 1818 (1) viene all’incirca a coincidere con il territorio della provincia di Rovigo (tranne l’area del delta, conservata sotto la giurisdizione di Chioggia), rimase per tutto il secolo scorso una zona appartata e marginale, stretta dentro la morsa soffocante dei due grandi fiumi, Adige e Po, flagellata dalle alluvioni e dal ristagno delle acque, oppressa da condizioni di vita che povertà e malattie allo stato endemico rendevano quanto mai precarie. Ciò che soprattutto le nocque fu la difficoltà delle comunicazioni. Ancora ad ’800 inoltrato Rovigo era praticamente priva di vie di transito: basti pensare che il viaggio da Rovigo a Ferrara e da Rovigo a Padova era un’avventura che poteva durare anche due giorni. E per recarsi a Venezia, per via d’acqua, quando andava bene occorreva un giorno intero. Per quanto riguarda le condizioni economiche e igieniche segnalerò un dato soltanto: il Bocchi ricorda che nel 1817 ad Adria, città che allora non arrivava a seimila abitanti, vi erano più di duecento «casoni», mentre il catasto austriaco attesta che queste abitazioni «di paglia e di canne», che oggi definiremmo da quarto mondo, erano diffusissime ancora nel 1845 in tutto il basso Polesine (2).

 

La situazione della provincia inizia a migliorare verso la fine del periodo austriaco, quando si dà avvio alle grandi bonifiche che recupereranno all’uso agricolo migliaia di ettari terreno. Ma sarà solo nella seconda metà del secolo che il 

Bonifiche, strade e ferrovie non bastarono però ad assicurare l’auspicato «decollo» di questo estremo lembo meridionale del Veneto. A frustrare speranze e illusioni giunse la tragica alluvione dell’Adige del 1882, sicché rabbia e miseria dei contadini trovarono uno sfogo prima nella rivolta de «la boje» del 1884 e poi, fallita questa per l’energica azione repressiva del governo, nella grande emigrazione verso il Brasile. Negli ultimi vent’anni del secolo scorso circa 63.000 polesani, ovvero un terzo della popolazione, prese la via delle Americhe. Fu un esodo che non è esagerato definire di proporzioni bibliche e che, se da un lato privò il Polesine delle sue forze più attive, dall’altro tuttavia decongestionò la pressione demografica concedendo spazi e maggiori possibilità a chi era rimasto (3).Polesine uscirà dal suo isolamento, grazie alla costruzione di strade e delle due grandi ferrovie che taglieranno il territorio provinciale in senso longitudinale (Padova-Rovigo-Ferrara) e in senso trasversale (Verona-Legnago-Rovigo-Adria-Chioggia).

La pressione di tutti questi problemi, che toccavano le condizioni di vita più elementari della popolazione, aiuta a comprendere come nel Polesine di quegli anni le grandi discussioni culturali e politiche giungessero attutite e smorzate. I quotidiani problemi di sopravvivenza limitavano l’attenzione della gente ai bisogni immediati e costringevano anche i sacerdoti a misurarsi soprattutto con le impellenti necessità pratiche del gregge loro affidato.

Mons. Giacomo SichirolloPuò essere significativo al riguardo il caso di Giacomo Sichirollo (1839-1911 ), la figura certo più nota del clero polesano ottocentesco. Era uomo di studio, da tavolino, con una spiccata vocazione per la filologia e il mondo della latinità, e infatti esordì con una poderosa edizione in tre volumi del De legibus di Cicerone, assai apprezzata nel mondo culturale del tempo. Ben presto tuttavia dovette limitare questi suoi interessi. Dovette anzi metterli da parte per dedicarsi all’organizzazione del movimento cattolico in campo sociale, economico e politico. Nell’ultimo scorcio dell’800 e nei primi anni del ’900 lo ritroviamo infatti nell’inedita veste di ascoltato teorico della Democrazia Cristiana, di Consigliere provinciale, di organizzatore delle casse rurali, di ispiratore di quel vasto movimento di solidarismo sociale (cooperative, società di mutuo soccorso e assicurative, gruppi di assistenza agli emigranti) da cui germoglieranno prima le leghe bianche e poi il Partito Popolare. Alla sua scuola – una severa scuola di vita e di azione – crebbero almeno due generazioni di laici e sacerdoti che hanno segnato la vita della diocesi nella prima metà del ’900. Insomma la conversione del Sichirollo, che da uomo di studio si tramuta in uomo d’azione, ci dà la misura di ciò che il Polesine richiedeva ai suoi ingegni più brillanti e promettenti.

Ma accanto all’ambiente ispirato da Sichirollo, bisogna ricordare almeno altri due luoghi significativi, vorrei dire essenziali, dove la Rovigo cattolica (ma in fondo non solo quella) ha trovato accoglienza e punti di riferimento.

Il primo è il collegio Angelo Custode. Sorse nel 1880 ad opera di don Ernesto Vallini (1849-1913), dapprima come modesto ricreatorio per i giovani e poi via via si ampliò fino a diventare ciò che è attualmente: una moderna e attrezzata scuola superiore capace di reggere il passo con tutte le nuove esigenze della didattica e del mercato del lavoro. Fra gli artefici di questo lungo cammino in avanti, che ha doppiato ormai felicemente il capo dei cento anni, oltre al Vallini sarà il caso di ricordare, per tacere dei viventi, la bella figura di don Virgilio Mattioli (1886-1952), che all’espansione del collegio dedicò le sue migliori energie, sacrificando anche legittime e fondate possibilità di carriera accademica.

Il secondo luogo significativo è il collegio Sacro Cuore, sorto anch’esso ad opera di uno dei tanti emuli di S. Giovanni Bosco di cui è ricco, nel secolo scorso, non solo il clero italiano, ma anche l’umile e fin troppo modesto clero polesano. E varrebbe la pena – diciamolo qui senza retorica, nella speranza che l’auspicio possa essere raccolto – che questi sacerdoti, che hanno ben operato e ben meritato della nostra gratitudine, venissero più degnamente ricordati e più frequentemente additati alla riconoscenza di quanti oggi beneficiano delle loro intuizioni e dei loro sacrifici.

Fondatore del Sacro Cuore fu dunque don Eugenio Soldà (1816-1906), sacerdote nativo di Roverdicrè, alla periferia di Rovigo, parroco prima a Polesella e poi a Massa, vissuto a lungo nelle campagne di Este ma sempre legato al capoluogo polesano dove ricoprì anche significativi incarichi curiali. All’erezione del collegio, sorto all’incirca negli stessi anni dell’Angelo Custode di cui, rivolgendosi alla popolazione femminile, completava in fondo la funzione (l’Angelo Custode ospitava solo i maschi), Soldà destinò tutti i propri averi. Ne affidò poi la gestione alle suore della Carità con un atto notarile nel quale precisava minutamente gli scopi cui l’istituzione avrebbe dovuto ispirarsi: Casa e Collegio-convitto per fanciulle «sia di nobile che di civile condizione», possibilmente con disponibilità di posti gratuiti per ragazze povere, posto sotto l’alta protezione della Santa Sede alla quale veniva demandato il compito di vigilare affinché l’istituto non perdesse mai le finalità originarie.

L’iniziativa del pio sacerdote dovette venire incontro ad un bisogno largamente sentito se nel giro di pochi anni troviamo il collegio in piena funzione e perfettamente inserito nel ritmo della vita cittadina.

Leggiamo infatti negli atti delle visite pastorali del vescovo Antonio Polin (1882-1908), che al Sacro Cuore risiedevano sessanta alunne «ottimamente educate alla religione, alla pietà, alla civiltà e a tutte quelle cose che sono necessarie alle donne di agiata fortuna»; contemporaneamente vi erano accolte settanta fanciulle povere «che si istruiscono a norma dei regolamenti, ma secondo la loro condizione» (4).

Non è mio compito ripercorrere la storia del collegio nel corso di questo secolo di vita. Credo però si debba onestamente riconoscere che esso ha tenuto fede alle proprie finalità, divenendo una benemerita istituzione scolastica ed educativa cittadina sulla quale le famiglie hanno sempre potuto contare per la formazione dei propri figli. Celebrare il centenario deve essere perciò non solo l’occasione per ripensare le origini, ma anche uno stimolo per aggiornarne gli scopi alle nuove e mutate esigenze senza però abbandonare la strada allora indicata.

GIANPAOLO ROMANATO
Università di Padova

 

  1. F. AGOSTINI, Beni ecclesiastici e vita rurale nel Polesine tra Sette e Ottocento, Istituto per le ricerche di storia sociale e storia religiosa, Vicenza, 1986, pp. 32-33.
  2. Ivi, p. 16.
  3. A. LAZZARINI, Campagne venete ed emigrazione di massa (1866-1900), Istituto per le ricerche di storia sociale e di storia religiosa, Vicenza, 1981 (si veda particolarmente il capitolo V: Polesine: L’esodo verso il Brasile, pp. 275-329).
  4. Le visite pastorali di Antonio Polin nella diocesi di Adria (1884-1899), a cura di F. LUCCHIARI, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1981, p. 254.